Appoccundria

A cura di: Marta Cereda
Casa Testori, Novate Milanese
1 - 9 giugno 2019

La traduzione di saudade è, spesso, evitata: un termine che deriva dalla cultura lusitana, prima galiziana e portoghese e poi brasiliana, che indica una forma di malinconia, un sentimento affine alla nostalgia. Una definizione incerta, che ha cercato qualche equivalenza nella lingua tedesca (sehnsucht) per poi approdare a un dialetto italiano. Saudade è il napoletano appocundria, che racchiude in parte quel senso di profonda malinconia dell’anima che il termine portoghese evoca.
Appocundria è un’indagine sulla definizione e sensazione di saudade vissuta da una serie di artisti emigrati in Italia dal proprio paese d’origine per ragioni personali, politiche, economiche, sociali, familiari.
Non tutti e non necessariamente affrontano nella propria ricerca la propria vicenda autobiografica: Appocundria non vuole essere facile retorica, ma un’occasione di riflessione che parte da una storia personale, ma che ha vocazione universale.
Nella ricerca degli artisti coinvolti, infatti, questo sentimento che travalica tempi e spazi, emerge in modi differenti. In molti casi, per esempio, la nuova vita si intreccia alle notizie che provengono dalla propria patria, con un meccanismo di costante sdoppiamento che porta alla costruzione di una nuova identità; in altri l’attenzione è concentrata sulla consapevolezza dell’impossibilità del ritorno, per caso o per scelta, e sulla crescente distanza, sullo scarto geografico, culturale, linguistico; per altri ancora la ricerca in archivi propri e altrui diventa strumento di conservazione e recupero della memoria.
L’idea di Appocundria si lega inevitabilmente alla nozione di casa e alla necessità o alla scelta di costruire in un paese lontano da quello dove si è nati la propria casa. In che modo si porta con sé la propria casa? Si può ricostruire in un paese straniero? Cosa si porta, cosa si lascia? In che modo si crea una nuova memoria, che modifica anche il passato? Come ripresentare questa dimensione in un contesto espositivo, che a sua volta è stato casa di altre persone?
Il progetto si sviluppa infatti dalla consapevolezza dell’imprescindibile connotazione di Casa Testori come abitazione. Le parole di Giovanni Testori e il suo rapporto con questo spazio sono dunque il primo esempio di appocundria.
“Però, io ti assicuro che quello che mi ha sempre aiutato a vivere, e, anche di più, ad accettare la vita anche nella sua maledizione, è sempre stato il ritorno a casa. Si fanno queste puntate verso l’esterno – che possono anche essere violente, distruttive – ma poi il ritorno a casa dà all’esperienza stessa di quell’uscita un calore indicibile. Perché ritornare non vuol dire affatto dimenticare, non vuol dire scrollarsi di dosso la violenza e la distruzione.”
Proprio per questo, il percorso espositivo prevede una contaminazione costante, una fluidità di movimento, un ritmo di andata e ritorno, con il ripresentarsi del lavoro dello stesso artista in momenti e spazi diversi.
Appocundria, a partire dalla funzione originaria di Casa Testori, coglie l’occasione per fare riferimento e interrogarsi sugli attuali fenomeni migratori. Non è un caso, allora, che la mostra sia stata allestita proprio in momenti di grandi incognite legate all’applicazione di Brexit e che la data dell’inaugurazione, 30 marzo 2019, abbia coinciso con quello che avrebbe dovuto essere il giorno successivo all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.
Un progetto suddiviso in tre capitoli, perché, accanto alla mostra principale ospitata nelle stanze della villa di Novate Milanese, Appocundria ha avuto due appendici fuori casa, anzi, in altre case: un appartamento in piazzale Selinunte, a Milano, e le vetrine delle associazioni del quartiere; gli spazi dell’Abbazia di Mirasole, ora destinata a housing sociale.

LA MOSTRA

Realizzata per i 10 anni di Casa Testori, la mostra presenta 24 artisti da 22 nazioni che parlano di identità, di memoria, della costruzione di nuove case e nuove vite.
A raccontare la propria appocundria sono una serie di artisti emigrati in Italia dal proprio Paese d’origine, per scelte differenti, per motivi di studio o di lavoro, per ragioni personali, politiche, economiche, sociali, familiari. 22 le nazioni di provenienza, a testimonianza dell’ampiezza della portata culturale e della sua valenza sociale: Felipe Aguila, Cláudia Alexandrino, Margaux Bricler, T-yong Chung, Oscar Contreras Rojas, Enej Gala, Adi Haxhiaj, Délio Jasse, Mohamed Keita, Iva Lulashi, Saba Masoumian, Stefan Milosavljević, Alek O., Maki Ochoa, Barbara Prenka, Agne Raceviciute, Olga Schigal, Caterina Erica Shanta, Hsing–Chun Shih, Agnese Skuijna, Natalia Trejbalova, Gosia Turzeniecka, Nicolas Vamvouklis, Aleksander Velišček.

 

BLOCK (Gosia Turzeniecka)

La nuova memoria può soltanto arricchire, non cancellare la precedente. Questo il pensiero di Gosia Turzeniecka, che porta la casa della propria infanzia all’interno di Casa Testori. Le dimensioni monumentali del suo lavoro contrastano con la leggerezza della tecnica, dei colori liquidi che l’artista ha utilizzato per dipingere da lontano, rimanendo distante dall’opera, con l’ausilio di una lunga bacchetta che rende ancora più fluidi i suoi movimenti. Il feltro del supporto è quello prodotto proprio qui accanto, da Testori Group, materia che ha determinato la costruzione di questo edificio e che si fa mattoni e cemento di nuovo, nel palazzo colorato disegnato da Gosia Turzeniecka. È uno dei block sovietici della sua Polonia, sui cui tetti da ragazza si nascondeva per giocare e i cui balconi, soprannominati cassetti, nascondevano vite e storie.